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Educazione sanitaria…questa sconosciuta!

Gennaio è il mese in cui si ha il picco dell’influenza e, alla scuola dell’infanzia, il calo della frequenza si avverte ancora di più che nella primaria. O meglio così dovrebbe essere. Non succede, però, se i bambini (anche se malati) vengono a scuola ugualmente.

Mi spiego: La settimana scorsa, nella mia scuola, il virus ha colpito alla grande.  Per virus intendo la forma intestinale, ovvero vomito-diarrea-febbriciattola. Non tutti sono stati interessati dalla forma influenzale completa, infatti molti hanno preso la forma “scontata”, ovvero solo virus o solo diarrea. Il ragionamento più comune è stato: “Il bambino non ha febbre, allora sta bene!”
Per farla breve, diversi bambini sono venuti a scuola ugualmente, pieni di malesseri (e ovviamente di lagne). Inutile dire l’emergenza bagno continua, i mal di pancia, le nausee ecc. Ora può succedere che qualche bambino stia bene al risveglio e manifesti qualche sintomo solo nell’arco della giornata scolastica, però posso assicurare che in molti casi non è stato così. Diversi bambini sono stati accompagnati a scuola facendo finta che tutto fosse a posto, in realtà (viva la loro sincerità!) spontaneamente i piccoli raccontano i loro malesseri già dalla sera prima. E allora scopri che il piccolo è venuto a scuola con lo zainetto in spalla e il virus sotto il braccio.
La cosa bella è che un giorno, all’uscita, abbiamo informato un genitore che il bambino non era stato bene e la risposta è: “sì, lo so, anche ieri sera ha vomitato a casa, vomitiamo tutti a casa!” Il giorno dopo, di prima mattina, ho chiamato un papà per informare che la sua bimba era malata e non era il caso che passasse un’intera giornata a scuola, mensa compresa (dato che aveva il buono pasto) senza alcuna specificazione di diete in bianco. La risposta è stata: “no, non è che sta male…è che ha il virus!”.
Sono rimasta in silenzio per qualche secondo, sinceramente atterrita dalla risposta. 

In generale mi sono venute in mente alcune cose: alcune di getto, altre più ponderate. Dunque avere il virus non significa star male? Dunque una bambina che fa una popò completamente liquida appena dopo la colazione viene considerata sana agli occhi di un papà che quindi sapeva già di questa cosa? Quindi è il caso di dare un buono mensa per farle mangiare un pasto classico (quel giorno c’erano le lasagne) senza almeno specificare di poter avere una dieta in bianco (sempre assicurata in caso di indisposizione)? Non oso immaginare cosa avrebbe potuto provare la bimba se avesse mangiato le lasagne!
Io posso capire le difficoltà di una famiglia che, in caso di un figlio malato, deve organizzare la giornata e il lavoro in funzione di questo improvviso cambiamento; tuttavia non posso pensare che la logica della vita frenetica stia andando a discapito della salute di un bambino. Un cucciolo di 3-4-5 anni non è in grado di gestire un malessere, perché dobbiamo accanirci? E soprattutto, dove è la tanto decantata educazione sanitaria? 
Da parte mia posso aggiungere anche il disagio dovuto a 2 maestre su malate anch’esse e quindi assenti (il virus aleggia e contagia anche gli adulti) con conseguente gestione unica di una sezione da parte mia più smembramento di un’altra sezione. Inutile dirlo, ovviamente, non sono stati chiamati supplenti. 

Mamme, papà, nonni e babysitter, tenete i piccoli a casa fino alla loro completa guarigione! Riposate, giocate insieme, leggete una storia o guardate un cartone. Ne guadagnerete in salute, non solo fisica ma anche mentale. 

 

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Racconti buffi

Passiamo il gomitolo mentre ci raccontiamo come abbiamo trascorso le vacanze:

<<A. raccontaci cosa hai fatto durante questi giorni di vacanza!>>

<<Allora…ho mangiato, ho dormito, ho fatto colazione, ho giocato, ho mangiato, ho guardato un po’ la tv, ho mangiato ancora e poi ho dormito!>>

Il tutto condito con tante pause di riflessione tra un avvenimento e l’altro.

Evviva, è ricominciata la scuola! 🙂

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Noia e playfulness

Quando mi annoio divento stressante
ti giro intorno e sono incalzante.
Ma la soluzione è dentro di me
e se hai pazienza vien fuori da sé.
Tu non mi dire che devo fare
ma baciami in fronte e fammi annoiare.

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Come reagite di fronte alla noia del bambino? Quando non mostra segni di interesse verso ciò che lo circonda ma appare scocciato e “lagnoso” verso qualsiasi cosa gli si dica? Siete tra quelli che tirano fuori centomila cose cercando di attivare qualche meccanismo di azione nel piccolo oppure aspettate pazientemente che sia lui a restare improvvisamente incuriosito da qualcosa attorno a lui?
Personalmente, nelle mie prime esperienze da babysitter, cercavo di proporre qualcosa che solitamente divertiva la bambina, ma quasi mai ottenevo interesse o curiosità. Anzi il capriccio aumentava. Allora ho iniziato a distogliere l’attenzione da lei e da tutti i giochi e giocattoli di cui ormai lei era satura e a fare qualcosa di insolito: sistemare le magliette sulla poltrona, aprire il frigorifero e preparare qualcosa di sfizioso, tirare fuori bottoni o materiali apparentemente insignificanti (ovviamente facendo attenzione a non proporre oggetti troppo piccoli per la prima infanzia). Ecco che nel suo sguardo riappariva una lucina di curiosità e, quasi sempre, finivo per ritrovarmela accanto ad osservarmi o imitarmi. 

Bambini sempre immersi tra i giocattoli che prevedono un gioco stereotipato e alla fine sempre uguale a se stesso e che mostrano segnali di noia e disinteresse, non stanno cercando di convincervi ad acquistare per loro nuovi giochi-accessori-tablet-o-simili ecc. Spesso hanno solo bisogno di riscoprire ciò che li circonda secondo nuovi occhi, inventare storie sofisticate con i materiali più semplici usandoli in modi diversi da quelli consueti, agire per tentativi oppure per imitazione di un adulto. In ogni caso di stratta di attività nuove, nate non da un consiglio o peggio da un’imposizione (che gioco/playfulness sarebbe altrimenti!?!?!) ma una gestione nuova dell’ambiente dove certamente lo zampino dell’adulto ci può essere. Eccoci allora a parlare di predisposizione dello spazio e intervento indiretto dell’adulto: elementi fondamentali soprattutto nella scuola dell’infanzia dove è il bambino che, nel gioco libero, deve poter (e saper) autogestirsi secondo la sua volontà e la sua idea di gioco. Il compito dell’adulto è semplicemente assicurarsi che il tutto si svolga in sicurezza e, se il bambino vuole, partecipare con lui assecondando il suo gioco simbolico.
In tutto ciò, cosa fare se un bambino fa le lagne ma non riesce comunque ad essere catturato dal nostro agire nell’ambiente? Niente, semplicemente ha solo bisogno di riposarsi. Sceglierà lui quando e come tornare ad essere attivo e pimpante. Ragionamento scontato? Vi assicuro: per alcuni non lo è!

Aspetto riscontri!

 

Maestra Gigia

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3, 2, 1…via!

2 Gennaio 2014.

Inauguro oggi questo nuovo spazio virtuale. Vorrei che fosse un luogo di passaggio per chi naviga in cerca di idee, sperando che qualche collega deciderà anche di fermarsi a lasciare una propria traccia. Un luogo di riflessione per chi vive la scuola anche fuori dall’orario di servizio, per chi osserva con attenzione, si pone domande su ciò che vive e cerca un confronto con chi affronta una situazione simile. Uno spazio di condivisione per chi non si stanca mai di vivere la scuola a 360° e non si accontenta semplicemente di lavorarci.

Ah, perché Maestra Gigia? E’ il nomignolo con cui vengo chiamata dalle persone a me più care. Nato per scherzo, è un nome che sento mio, anche se i miei bambini continuano a chiamarmi Maestra Giorgia (il mio vero nome).

Un saluto a chi passa di qui

Maestra Gigia